Titolo originale: Zielona granica

Regia: Agnieszka Holland

Sceneggiatura: Agnieszka Holland, Gabriela Łazarkiewicz-Sieczko, Maciej Pisuk

Fotografia: Tomasz Naumiuk

Montaggio: Pavel Hrdlička

Interpreti: Behi Djanati Atai, Dalia Naous, Jalal Altawil, Maja Ostaszewska, Mohamad Al Rashi, Tomasz Włosok

Colonna sonora: Frédéric Vercheval

Durata: 152′

Belgio, Francia, Polonia, Repubblica Ceca – 2023

 

 

 

 

Dichiarazione della regista

Agnieszka Holland

 

Più di trenta anni fa realizzai un film intitolato “Europa, Europa”. Parlava di un ragazzo ebreo che, per sopravvivere all’Olocausto, aveva assunto prima l’identità di un giovane stalinista, poi di un soldato della Wehrmacht e infine di uno studente di un’esclusiva scuola della Gioventù hitleriana, che lo farà diventare un giovane nazista. Era il 1989 e il Muro di Berlino era appena caduto. Con il doppio titolo intendevo evocare il dualismo della tradizione europea: da un lato l’Europa delle nostre aspirazioni, culla della cultura e della civiltà, dello Stato di diritto, della democrazia, dei diritti umani, dell’uguaglianza e della fraternità – dall’altro l’Europa come culla di quell’egoismo e di quell’odio che hanno dato origine ai peggiori crimini contro l’umanità.

 

Nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino e della vittoria di Solidarność, sembrava che la prima delle due Europe stesse vincendo. Io tuttavia ho sempre avuto la sensazione che il suo lato oscuro fosse solo rimasto sopito e potesse risvegliarsi in qualsiasi momento.

 

Oggi, a trent’anni di distanza, ci troviamo di fronte a un analogo dilemma. Il “vaccino dell’Olocausto” ha smesso di funzionare e l’uovo del serpente è ormai maturo…

 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i Paesi occidentali hanno compreso che il diritto di asilo doveva essere un diritto umano fondamentale per integrare società moralmente

distrutte e rispondere alle sfide della disuguaglianza. Negli ultimi anni, il rispetto di questo diritto si è gradualmente eroso, fino a essere completamente ignorato dall’Unione Europea che si è trasformata in una sorta di fortezza, mentre i suoi nemici – come Putin e Lukashenko – usano la miseria dei rifugiati in fuga dai conflitti come una sorta di arma ibrida.

 

Nell’autunno del 2021, Lukashenko attirò sul confine bielorusso con la Polonia e la Lituania un’ondata di profughi provenienti da diversi Paesi

(Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen, Congo). La propaganda di Lukashenko aveva fatto credere loro che avrebbero potuto

facilmente varcare il confine per ritrovarsi in quel paradiso ricco e democratico che, per le persone tormentate dalla guerra e dalla povertà, è l’Europa.

 

Le autorità polacche, dimenticando cinicamente di avere a che fare con degli esseri umani, li considerarono armi ibride e li dipinsero ai loro connazionali come un’abbietta e terrificante minaccia. Non erano persone che cercavano rifugio nel nostro Paese, ma missili di Putin che attaccavano i nostri sacri confini; erano semplicemente un branco di terroristi,

di pedofili e di degenerati. Le forze dell’ordine non si fecero quindi scrupoli a violare il diritto internazionale; i rifugiati che venivano catturati, (fra cui donne, bambini malati ed anziani), erano respinti in Bielorussia, dove ad attenderli c’erano torture, sevizie, stupri e miseria, oppure venivano abbandonati nella “zona della morte”, dove la prospettiva era (ed è tuttora) di morire di stenti nei boschi o di annegare nelle paludi. Quella al confine tra la Polonia e la Bielorussia è una delle ultime foreste vergini d’Europa, tanto imponente quanto

pericolosa. Le autorità preclusero la zona sia alla stampa che agli aiuti umanitari.

Molti polacchi furono d’accordo con l’adozione di questi metodi e anche l’Unione Europea non protestò, felice che il problema venisse risolto senza che fosse coinvolta. Ma una parte consistente della popolazione locale e alcuni giovani attivisti, di fronte alla sofferenza e

alla paura di persone innocenti, reagì naturalmente, gridando: “Queste persone devono essere aiutate”.

 

Il destino di questi profughi e la catastrofe umanitaria che stavano affrontando in un luogo distante meno di tre ore da Varsavia mi hanno profondamente commossa. Nella loro condizione ho visto qualcosa di tragicamente simbolico e, forse, il preludio a un dramma che potrebbe portare al collasso morale (e anche politico) del nostro mondo.

 

In questo momento, mentre scrivo queste parole, la tragica guerra in Ucraina si sta ormai protraendo da mesi. Il mondo, per volontà di un singolo dittatore, si trova di fronte alla prospettiva di un’enorme minaccia e di un cambiamento globale. Centinaia di migliaia di ucraini, rifugiati di guerra, attraversano ogni giorno il confine polacco. Questa gente viene accolta con enormi manifestazioni di solidarietà e di supporto da parte della popolazione e delle autorità polacche, che in passato si erano dimostrate così riluttanti ad accogliere le vittime di altre crisi umanitarie.

 

I polacchi sono giustamente orgogliosi della loro ospitalità – e solo una minoranza si chiede perché la Polonia sia così selettiva e perché l’Europa e i suoi governi applichino due pesi e due misure nei confronti di chi fugge dalle guerre.

 

Ancora oggi, molti rifugiati stanno vagando nei boschi al confine tra Polonia e Bielorussia; ancora una volta vengono torturati, vengono lasciati morire di stenti o sono respinti verso la Bielorussia. La repressione nei confronti degli attivisti che li soccorrono si fa sempre più dura, mentre il comportamento

delle guardie di frontiera polacche – le stesse che lasciano passare, con tenera compassione, i bambini ucraini oltre il confine – diventa di giorno in giorno più brutale. Questa differenza nel modo di trattare questi due diversi gruppi di

rifugiati mette a nudo ciò che cerchiamo di nascondere: il nostro razzismo europeo.

 

Le vicende dei personaggi che raccontiamo in questo film non sono accompagnate dal pathos dell’eroismo e del patriottismo. La differenza fondamentale tra i rifugiati della nostra storia e quelli che oggi attraversano i confini dell’Ucraina è semplice: il colore della pelle. Tutti loro si sono trovati di fronte a una scelta a cui nessuno era preparato, ma che sono stati costretti

ad affrontare. Anche i protagonisti delle altre storie parallele del nostro racconto affrontano una scelta analoga e i loro diversi punti di vista si uniscono per creare un quadro che vuole essere il più completo possibile.

 

Penso che nella loro vicenda, proprio come in una goccia d’acqua, si rifletta il nostro dualismo europeo – lo stesso dualismo a cui stavo pensando quando, trent’anni fa, intitolai il mio film “Europa, Europa”.

 

Il cinema davanti a tutto ciò non è completamente impotente, perché può mostrare “polifonicamente”, da diversi punti di vista, la verità sul mondo e sul destino dell’uomo. Attraverso la luce del pathos può illuminare l’impotenza e l’invisibilità di alcuni esseri umani che compiono scelte difficili, ed è in grado di farli uscire dall’ombra. Il cinema può porre domande a cui non sappiamo rispondere, ma che ci permettono, quando le poniamo, di dare un senso al mondo.

 

La politica e i politici determinano le nostre vite, ma ciò che mi interessa maggiormente è come le loro azioni, le loro scelte o la loro inerzia abbiano ripercussioni sulla vita della gente

comune e sulle scelte che le persone sono obbligate a prendere.

 

Ecco perché abbiamo adottato tre prospettive molto diverse per raccontare questa storia: quella di una famiglia di rifugiati siriani, quella di una giovane guardia di frontiera e quella di una donna di cinquant’anni che non potendo fare a meno di rispondere alle grida di chi ha bisogno, si trasforma, suo malgrado, in un’attivista.

La sceneggiatura de “Green Border” unisce questi tre diversi punti di vista, intrecciandoli e collegandoli strategicamente tra loro.

 

L’azione, (come è possibile intuire dalla mood board), verrà raccontata in uno stile quasi documentaristico, servendosi di primi piani e di una videocamera

che spesso si muove rapidamente per seguire da vicino i personaggi. Quando però la videocamera si arresta è il terrore a prendere il sopravvento, amplificato dalla luce che trasforma la foresta in un labirinto gotico degno delle fiabe dei Fratelli Grimm. I profughi si aggirano nel bosco come Hansel e Gretel, mentre i suoni della natura vengono interrotti da sinistri pattugliatori/cacciatori di uomini, in un’atmosfera simile a quella di un horror. La realtà dei migranti, intrappolati in un ambiente sempre più ostile, assume tratti archetipici, sensuali e mistici. Qui il realismo del

racconto-documentario si combina con il simbolismo.

 

Lungo la narrazione, il film fa incontrare alcune storyline intersecandole con differenti punti di vista. Poi strategicamente le separa, solo per ricollegarle nuovamente più tardi.

Il nostro obbiettivo è quello di essere il più possibile dettagliati, catturando con estrema precisione e realismo il contesto e determinate situazioni, tentando però allo stesso tempo di esprimere una realtà più generale e pertinente sul mondo contemporaneo e sulle sue sfide. I personaggi devono essere intensi e reali e il loro viaggio emotivamente appagante. Desideriamo stargli vicino, seguirli e preoccuparci per loro.

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